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VEDUTE ALPINE
fotografie di
Gianni Maffi
26 aprile- 11 maggio 2012
Galleria SPAZIOFARINI6

Milano
 

Il paesaggio della montagna è stato da sempre oggetto di attenzione da parte di molti fotografi, sin dall’età dell’oro della fotografia, dalle documentazioni di fine Ottocento a quelle più attente alla messa in forma tipiche di una certa fotografia americana classica di paesaggio nel Novecento, alle più contemporanee visioni in cui la grandiosità dei soggetti viene filtrata da un occhio più ironico o più critico.

   
   

Gianni Maffi, un fotografo poliedrico con numerose esperienze visive nel variegato mondo della fotografia – dal reportage sociale all’indagine sul territorio declinata in modi classici o più sperimentali – è un amante della montagna. Il piacere, fisico e spirituale, che vive nelle sue lunghe camminate estive sui monti italiani si ritrova nelle sue fotografie che da molti anni raccontano questa sua esperienza di vita secondo moduli aderenti, di volta in volta, alle necessità linguistiche del progetto.

   
   
Con questo lavoro, che ha voluto intitolare Vedute alpine – in considerazione proprio di uno dei generi classici dell’arte figurativa: la veduta –, Maffi presenta nel consueto bianco e nero che risulta a lui più congeniale tre diversi aspetti di alcuni paesaggi dell’area dolomitica, definiti con altrettanti significativi titoli: Nuvole basse, Segnavia, Capricci.
   
   

Per ognuna di queste sequenze l’autore illustra chiaramente gli intendimenti che lo hanno spinto a toccare questi aspetti: in scenari sempre molto severi, quasi desertici, tipici delle alte quote dove la vegetazione è assente, le nuvole gravano basse cancellando appunto parte del paesaggio creando un senso di smarrimento ancora più acuto rispetto a quello che normalmente si prova nei grandi spazi naturali.

   
   

Di segno inverso invece la sequenza dedicata ai segnavia – cumuli di sassi spesso creati dal contributo di chi passando lascia una piccola pietra e che sui terreni accidentati di montagna indicano la giusta direzione – dove l’oggetto in primo piano, il segnavia appunto, funge da indicatore, non solo della strada giusta ma anche della presenza dell’uomo, in questi casi discreta e molto integrata con la natura.

   
   

Antropizzazione che invece, nell’ultimo gruppo del lavoro, Capricci, diventa documentazione rigorosa e suggestiva dei tanti piccoli e grandi interventi dell’uomo attraverso manufatti artificiali: costruzioni, tralicci, residui vari di strutture. Ne viene fuori una sorta di percorso indagatore che parte dalla veduta naturale e incontaminata, lontana però dalle suggestioni cartolinesche e incline più a una visione inquietante della montagna, per giungere ai segni e relitti della civiltà umana passando attraverso la via di mezzo del segno naturale, i segnavia come inconsapevoli e spontanee installazioni artistiche frutto di una necessità pragmatica e non di una elucubrazione intellettuale.

   
   
Maffi ha saputo cogliere questi aspetti con rigore figurativo e una non comune serietà progettuale, necessaria forse, oggi più che mai, di fronte al dilagare dell’approssimazione e della furbizia nel concepimento dei lavori fotografici.
 
Pio Tarantini
     
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