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PAESAGGI (IN)NATURALI
fotografie di
Gianni Maffi
16 marzo - 15 aprile 2011
Galleria SPAZIOFARINI6

Milano
 

Per quanto sembri più logico stabilire un rapporto particolarmente intenso con il cinema, è con il teatro che la fotografia crea un legame ancor più profondo. Non bisognerebbe, infatti, dimenticare che già Louise-Jacques Daguerre, prima ancora di inventare il procedimento fotografico che poi portò il suo nome, si era dedicato alla pittura di scenografie per l’Opéra e per i teatri popolari parigini.
Aveva addirittura fatto costruire il Diorama, un teatro dove venivano esposte delle enormi tele che raffiguravano paesaggi naturali: grazie all’uso di sottili veli e al sapiente spostamento delle luci, gli spettatori vivevano l’illusione “di poter lasciare il proprio posto, di uscire all’aperto e di arrampicarsi sulla vetta di una montagna” come scrisse Nicéphore Niepce nel 1827 dopo aver visitato il Diorama.

   
   

Tutti i testimoni dell’epoca sottolineano l’aspetto illusionistico di quegli spettacoli, il fatto cioè che gli spettatori subivano il fascino dell’inaspettato, del sorprendente. Sono sensazioni che noi contemporanei non proviamo più e che invece i nostri antenati sentivano con ben altra intensità quando, osservando un ritratto dagherrotipico si immaginavano osservati dagli occhi che vi comparivano o quando, a una famosa anteprima del primo film dei fratelli Lumiére, fuggivano di fronte alla locomotiva che entrava in stazione o, infine, quando rispondevano educatamente al saluto con cui le presentatrici inauguravano i primi programmi televisivi.
Sono tutti episodi nati da una forte e autentica ingenuità che ci fanno sorridere e che sono semplicemente inconcepibili per noi contemporanei ormai del tutto abituati a decodificare immediatamente il flusso continuo di immagini cui siamo abituati e che, quasi sempre, non rappresentano la realtà ma la sua trasfigurazione. Prendiamo in considerazione il meccanismo della fantasia: nel passato questa si generava da una visione astratta, lontana e quasi contrapposta alla realtà concreta, per noi corrisponde invece all’entrata nel mondo del possibile, in quella dimensione virtuale dove tutto è plausibile e il confine fra reale ed immaginario si è fatto sempre più labile. Il cerchio si chiude: i pronipoti di quanti avevano creduto reale il treno filmato vivono la vita parallela di second life con la stessa intensità dedicata alla quotidianità autentica.

   
   
Si può, quindi, concludere che nulla di quanto è stato visto nel passato viene ora riletto con gli stessi parametri, osservato provando le stesse emozioni, vissuto con la medesima intensità. La fotografia è la disciplina che contemporaneamente subisce questo processo – perché non c’è nulla di più vecchio di una vecchia fotografia osservata con gli occhi dell’oggi – e che è soggetto motore di un profondo mutamento dettato dagli straordinari sviluppi della tecnologia più recente.
La consapevolezza di questa doppia natura sta alla base di una bellissima ricerca che Gianni Maffi ha realizzato indagando con curiosità nel suo archivio dove giacevano immagini molto classiche in bianconero prevalentemente di paesaggi.
   
   

Il fatto di riguardare i vecchi lavori lo ha però indotto a immaginarli in un modo diverso, come se fossero elementi di un gioco compositivo di cui a suo tempo non aveva fatto emergere tutte le potenzialità. Non si è trattato di smentire il passato perché quei negativi raccontavano di precise scelte, di un coerente percorso espressivo che puntava sulla composizione equilibrata, sulla stampa di qualità, sulla pulizia del risultato finale. Ora, però, lo sguardo è cambiato e, anzi, è mutato il panorama generale della fotografia perché alla camera oscura si è affiancata la tecnica di elaborazione digitale grazie alla quale l’orizzonte visivo si amplia.
Così sono nati i “Paesaggi (in)naturali” che già nel titolo indicano la scelta di una doppia visione che sa caricarsi di molte valenze in un continuo gioco di rimandi particolarmente raffinati. Apparentemente, tutto è semplice perché Gianni Maffi accosta due o più immagini così da creare un nuovo paesaggio che è reale perché parte dalla descrizione di un autentico luogo.

   
   

Ma il problema si complica quando osserviamo che il risultato può essere anche considerato nella sua dimensione immaginaria perché l’effetto del raddoppiamento o della moltiplicazione porta a nuovi, inediti, luoghi. L’effetto si nota in tutta la sua bellezza quando il panorama appare rovesciato specularmente: la riva sabbiosa creata dall’ansa di un fiume si può trasformare, a seconda di come viene composta con il suo doppio, in un qualcosa che somiglia a una piccola penisola o nei confini di un inedito laghetto, le fronde degli alberi possono allargarsi come quinte che valorizzano l’orizzonte o raggrupparsi al centro creando una lieve altura.
Il risultato è davvero affascinante perché lancia una sfida già racchiusa nel titolo “Doppi paesaggi palindromi”: l’osservatore intuisce l’insolito che gli sta di fronte ed è chiamato a un gioco visivo proprio come l’enigmista sfida il lettore.

   
   

Quando quest’ultimo è posto di fronte a frasi come “i topi non avevano nipoti” o “il re deve vederli” (noti palindromi) può soffermarsi sul loro senso più immediato, in realtà costruito come inganno, ma può anche insospettirsi per le insolite affermazioni e cercare il senso più autentico che si nasconde nella struttura delle frasi che possono essere lette sia dalla prima lettera all’ultima sia dall’ultima alla prima.

La stessa sfida Gianni Maffi ce la propone lasciando nelle sue immagini dei particolari – un tronco d’albero mezzo affondato in primo piano o le due rive che bizzarramente convergono in un punto dove il fiume finisce – che ci aiutano a intuire il suo gioco visivo che, talvolta, si moltiplica nei “Paesaggi ternari” dove le immagini da due divengono tre. Il bello è che lo svelamento non diminuisce il fascino del risultato: lo si avverte nelle ulteriori due strade che l’autore ci indica, l’una più realistica e l’altra più immaginifica.

   

   
La prima disegna i confini di una nuova geografia alpina moltiplicando le vette, aprendo voragini impreviste, mostrando prospettive ardite. L’obiettivo si sofferma sulle pietraie poste ai piedi dei monti oppure si solleva a volo d’uccello per cogliere forme che sembrano torri, crinali costruiti come dorsi di giganti preistorici che qui, probabilmente, hanno abitato, valli attraversate da sentieri dall’andamento simmetrico, altipiani che ricordano severe fortificazioni, montagne che assumono sembianze vagamente umane come se la natura si fosse divertita a disseminare volti corrucciati, sorrisi, sguardi immobilizzati per sempre nella pietra.
Diverso è il discorso che si coglie in “Mandala”dove Gianni Maffi sceglie di allontanarsi dal realismo possibile che caratterizza le altre sue fotografie per proporre, invece, un tipo di immagine che privilegia la leggerezza e il grafismo. Rifacendosi alla tradizione buddhista che vuole l’universo creato a partire dal suo centro (in singolare sintonia, detto a margine, con la teoria del Big Bang che appunto da un punto fa partire l’espansione della materia), il fotografo accosta le riprese in modo tale che l’occhio converga naturalmente verso la parte centrale con un accentuato effetto ipnotico.
   
   
E’ come se chi osserva fosse sdraiato a terra e potesse vedere le vette delle montagne che incorniciano il cielo, i rami degli alberi che si allungano in un inusuale intreccio, l’acqua che crea un gorgo dove al movimento circolare si sostituisce quello di linee geometriche spezzate. Ma anche qui, tutto torna perché i veri mandala della tradizione orientale sono solo mentali proprio come quelli che Gianni Maffi costruisce per aiutarci a pensare ai mondi possibili. Proprio come quelli da cui gli spettatori parigini del Diorama si facevano sedurre tanti anni fa.
Roberto Mutti
     
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