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Milano istantanea
fotografie di
Gianni Maffi
Massimo Prizzon
8 giugno - 27 luglio 2007
VR Gallery

Milano
 
 
Pur restando fortemente ancorati alla realtà molti fotografi – tra tutti Paolo Monti – cominciano a porsi il problema di un approccio più organico e meno occasionale alla documentazione del paesaggio. Le esperienze dello stesso Monti negli anni sessanta e settanta apriranno la strada in Italia a una nuova generazione di fotografi caratterizzata dall’attenzione per il paesaggio che verrà fotograficamente raccontato, come è giusto che sia, con stili diversi: da quello sperimentale e sociale di Mario Cresci a quello più tradizionale e suggestivo di Mimmo Jodice; da quello più analitico-descrittivo, nel bianco e nero di Gabriele Basilico e nei “freddi” colori di Guido Guidi, a quello ironico e poetico di Luigi Ghirri.
 

Su queste principali impostazioni formali si sono sviluppate molte altre esperienze di fotografia del paesaggio: lavori collettivi e personali che hanno coinvolto decine di fotografi in numerosi progetti – da quelli nati quasi spontaneamente come “Viaggio in Italia” (1984) a quelli istituzionali come “Archivio dello Spazio” della Provincia di Milano (1987-1997), queste due ormai esperienze “storiche” – e che hanno prodotto nell’ultimo quarto del secolo appena passato una mappatura certamente non completa ma indicativa del territorio italiano.
Ho ritenuto doverosa questa premessa, spero chiara nella sua azzardata sintesi, sullo stato di alcuni aspetti nel campo delle trasformazioni urbane e in quello della documentazione fotografica del territorio, nel momento in cui si presenta una mostra di due autori più giovani rispetto ai “capiscuola”. Si tratta di Gianni Maffi (nato nel 1957) e Massimo Prizzon (1948), ambedue con notevoli esperienze di documentazione e ricerca fotografica, che propongono la loro doppia visione di una Milano “tangenziale”: nel senso letterale del termine – molte immagini infatti sono state realizzate sulle o sotto le autostrade tangenziali che avvolgono la metropoli lombarda – e tangenziale nell’altro senso, metaforico, di una città visivamente in bilico tra i palazzi-grattacielo e una periferia urbana complessa, affascinante nell’oscillare tra la bruttura e il rinnovamento architettonico...



... L’altro gruppo di immagini di Massimo Prizzon ci porta invece in ambienti urbani completamente diversi: lo sguardo infatti si posa, questa volta con una prospettiva più orizzontale, sotto i pilastri dei viadotti che si intrecciano nella periferia della città. La potenza delle strutture viarie si estrinseca qui in paesaggi a volte desolati in cui i pilastri dei viadotti sono quelli delle moderne cattedrali del trasporto, della mobilità individuale, che lo spettatore intuisce passargli sulla testa, invisibile e presente al tempo stesso. Prizzon non fa vedere il caos e la costrizione claustrofobica dei flussi automobilistici sulle tangenziali ma inquadra quello che c’è sotto, le strutture portanti e le aree circostanti con quel sapore di abbandono, di malinconia di luoghi in cui anche la natura pare arretrare di fronte al dilagare di colonne e travi in cemento.
Sopra l’autostrada invece “passa" l’occhio fotografico di Gianni Maffi che con una macchina panoramica si immerge letteralmente nel traffico delle tangenziali cogliendo scorci caratterizzati dalle dinamiche di visioni veloci, in transito: il “mosso”, lo sfocato, la visione inclinata diventano parte importante del linguaggio perché traducono visivamente la precarietà e velocità della visione di un fruitore di autostrada. Sono visioni alle quali tutti siamo abituati nella pratica di vita urbana ma che Maffi ripropone fotograficamente con sapienza e risultati formali suggestivi in un bianco e nero “destrutturato” dove i dettagli dell’inquadratura si mescolano e nello stesso tempo si esaltano.



Tutto il contrario insomma dell’altro gruppo di immagini proposte per questo progetto dallo stesso Maffi quando fotografa numerosi luoghi periferici – nuovi quartieri, nuove strutture, piazzette e slarghi marginali, ponti e luoghi ferroviari – nei colori alterati delle ore notturne. In queste immagini il cielo nero fa da sfondo a edifici colorati dalle luci artificiali con forti dominanti che variano in genere dal giallo al rosso. La città diventa spettrale, luogo di ulteriore inquietudine e fascino, madre di situazioni che lo spettatore immagina spostate più sul fronte del fantastico che su quello realistico. Le luci blu che contornano una avveniristica multisala, una torre a fungo in lontananza, la dinamica di finestrini di un treno che passa veloce in una stazione periferica, e così via fotogramma per fotogramma, trasportano lo spettatore fuori del tempo e dello spazio così come questi possono essere più facilmente connotati dalla luce diurna.
Il viaggio metropolitano di Prizzon e di Maffi si esplica, in questa mostra, in queste quattro diverse modalità espressive e contribuisce con quattro altri mattoncini alla costruzione di quell’epopea fotografica che vede le trasformazioni urbane protagoniste del nostro Paese che cambia all’inizio del nuovo secolo.


Pio Tarantini
     
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